Un piccolo conflitto tra Stato e Chiesa

Associazione Palio Marinaro Costanzo Basini Isola del Giglio

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Un piccolo conflitto fra Stato e Chiesa

Nell’agosto del 1786 si svolgeva all’isola del Giglio un piccolo fatto che turbò per qualche tempo la quiete e la pace degli isolani, che mise le une contro le altre le autorità civili e religiose locali e regionali, e che rese in ultimo necessario l’intervento del Governo Granducale.

Pure l’avvenimento non poteva avere origini più mo­deste e più umili. Il 16 del mese accennato, cioè il giorno successivo alla solennità dell’Assunta, in una piccola chiesa che sorgeva verso la Torre del Campese e che di- cevasi sottoposta alla religione di Santo Stefano, si cele­brava la festa di S. Rocco e si esponeva alla pubblica Fvenerazione una reliquia del Santo, che dopo i vespri, secondo la costumanza, si doveva trasportare proces- sionalmente in Campese. Ma i festaioli, come si chia­mano anche oggi in Toscana i promotori di feste religiose e civili, avevano ideato, oltre la cerimonia religiosa, anche vari divertimenti profani e particolarmente un palio di I barchette che doveva essere corso da alcune fanciulle isolane. Il sottotenente Modesti, castellano della Torre del Porto, non trovò motivo per impedire quella gara che gli sembrava lecita e innocente. Ma il sacerdote Pietro Francesco Miliani, cappellano della Chiesa del Campese, giudicandola indecente e disonesta non esitò a biasimarla e a far le sue più fiere rimostranze ai festaioli perché non avesse luogo. Poiché le sue parole non erano ascoltate e i suoi sforzi risultavano inutili, minacciò di levare immediatamente dalla Chiesa la reliquia del santo e di E portarsela via, e noti’ avèndo nemmeno con questa minaccia raggiunto lo scopo di far abbandonare l’idea del palio di ragazze, senz’altro, saliti i gradini dell’altare sottrasse alla vista e alla venerazione dei fedeli la sacra teca. Subito si levò nella Chiesa, tra il popolo, un grave sussurro e per impedire che nascessero disordini e si commettessero violenze il Castellano diede ordine che due sentinelle si mettessero alla porta della Chiesa e impedissero l’uscita del cappellano Miliani con la reliquia. Di lì a poco, a causa di questa misura presa dall’autorità rinunciare ad ogni suo proposito, senza aver prima di eh i a – rato che il castellano e i soldati avevano usato violenza alla Chiesa e non avevano rispettato il di lui carattere sacro. Ma alla sua volta il castellano affermava che il Sacerdote aveva mancato di rispetto a lui e ai soldati e si era voluto arrogare una autorità che non aveva diritto di esercitare nella Chiesa del Campese. Frattanto la cosa fa stata riferita al governatore dell’isola che non dando importanza all’incidente ai adoperò perché si riapp; ideassero gli animi e tutti tornassero nell’antica

Nella casa del castellano fu tenuto un rinfre: sero parte le varie autorità e lo stésso cappe) la pace parve, fra calici, conclusa e sugge doveva avere uno strascico piuttosto lun Il sacerdote Miliani e un suo fratello, se del Campese nei giorni successivi informare dente avvenuto il Vicario Generale ecdesiast betello ed accusarono il castellano e i due soldati di vio­lata immunità della Chiesa. Pochi giórni dopo il Vicario Don Antonio Betrani, che forse era già statò messo a parte della cosa verbalmente da qualche testimone ocu­lare, giudicò fondata l’accusa e per mezzo di un certo sacerdote Giovanni Girolamo Mai del Giglio suo Vicario Faraneo, fece notificare al Castellano e ai soldati che erano incorsi nelle censure e che veniva loro proibito intervenire ai divini uffici. T/ammonizione veniva prima fatta verbale e poi a mezzo di questo biglietto:

«Sig. Castellano riveritissimo
Giglio 14-IX -1768

il signor Antonio Betrani, Vicario Generale di Orbetello, m’im­pone notìficarvi che, essendo stati messi due soldati alla porta della Chiesina di S. Rocco del Campese di vostro ordine affinché il sacerdote cappellano Pier Francesco Miliani non uscisse da detta Chiesa con la reliquia di S. Rocco, come pure avendo voi stesso con le vostre proprie mani ritenuto il proprio sacerdote affinché non estraesse dalla Chiesa la reliquia suddetta, perciò, come violatore delle immunità ecclesiastiche siete incorso nelle censure, le quali vi proibiscono che voi non interveniate ai divini uffici. Tanto mi viene imposto notificarvi. Eseguite quanto vi viene imposto per non incorrere in maggior pene ecclesiastiche, con che passo a dichiararmi

Vostro servo ed amico
Gio. GirolamoMai Vie. Far.»

Forse in un primo tempo l’ammonizione si dovette limitare alla persona del castellano perché la domenica successiva uno dei soldati di nome Arienti si recò in Chiesa per assistere alla messa cantata ma ne veniva pubblicamente discacciato come uno dei compresi nella censura. Allora probabilmente anche a lui e all’altro sol­dato che dal castellano erano stati comandati di sentinella alla porta della Chiesa del Campese, fu data comu­nicazione scritta della censura ecclesiastica, nella quale erano tenuti a cadere solo per aver ubbidito ad un ordine del loro superiore:

«Voi, Francesco Stefani, soldato per SA.R. alla Torre del Cam­pese per ordine del Rev.mo Sig. Antonio Betrani Vicario Generale di Orbetello, dovete astenervi d’intervenire ai divini uffici per essere voi staio posto alla porta della Chiesa di S. Rocco, armato con schioppo per trattenere il Sac. Pier Miliani se elio stesso fosse uscito con la reliquia di S. Rocco

Giglio 25-IX-1768
Gio. GirolamoMai Vie. Far.»

Frattanto per iniziativa di un promotore fiscale a prò della Chiesa di cui non ci è dato di conoscere il nome, veniva fatta istanza di inquisire sulla materia; e tanto castellano Modesti quanto i due soldati Arienti e Stefani venivano invitati dal nominato Vicario a presentare una supplica per essere prosciolti dalla censura ecclesiastica. Ma i tre militari, che, pur vivendo relegati in una piccola isola e non avendo, come è facile immaginare, una grande istruzione, non ignoravano certamente che in Toscana dopo l’avvento della casa di Lorena, non spirava più agli antichi privilegi ed abusi della Chiesa vento troppo propizio, rispondevano alle sollecitazioni che non vi si sarebbero mai potuti arrendere, se prima non ne avessero ricevuto l’autorizzazione dai loro superiori. Allora lo stesso Vicario Gio. Girolamo Mai si rivolgeva diret­tamente al Governatore dell’isola e lo pregava di volere autorizzare il sottotenente Modesti e i due soldati a presentare la supplica per essere prosciolti dalla censura. Ma anche il Governatore dell’isola si ricusava all’invito del Vicario Faraneo ed il 17 ottobre informando del rifùto il Marchese Burbon del Monte, governatore di Livorno, da cui dipendeva, ne specificava in questo modo le ragioni: « 1) che l’operato di detto Castellano e soldati non fu certamente diretto a violare l’ecclesiastica immunità, né ad offendere ilprete, ma soltanto ad evitare i maggiori inconvenienti e a tenere in freno il popolo tumultuoso;

  • che la detta lettera di scomunica è stata notificata per ordine del cardinale Pomphily, nuovo ordinario dell’isola del Giglio, il quale non apparisce abbia preso alcun legittimo possesso, né vi è alcun ordine che tale debba considerarsi;

  • che si èfatto nascere a tale effetto nel Giglio un ignoto promotore fiscaleper l’Ecclesiastico che non è mai stato e che alla di lui istanza il Vicario Generale di Orbetello è preceduto a tutti i passi sopra descrittisenza altra cognizione di causa o esame.»

Il Governatore di Livorno alla sua volta, il 26 ottobre informava il governo centrale di tutto quanto era av­venuto all’isola del Giglio e, rimettendo un estratto della “rappresentanza” dello stesso governatore dell’isola del Gìglio e vari altri documenti, chiedeva che, sentito il Segretario della giurisdizione o quei magistrati che si ritenessero più competenti gli fosse comunicata la de­cisione superiore e trasmessi gli ordini per la risoluzione e definizione della vertenza. Ma a Firenze, o perché non si sapesse in principio a quale particolare ufficio affidare l’esame della cosa o che si facessero altre questioni più gravi a risolvere, la pratica relativa al conflitto tra autorità civili e religiose dell’isola del Giglio fu per qualche tempo, come si dice, lasciata dormire o quanto meno passata da un ufficio all’altro sènza che si prendesse una decisione.

Gli interessati della vertenza e soprattutto il castellano Modesti che vivevano nella breve cerchia del paese è che quasi ogni giorno si venivano a trovare a contatto con il cappellano Miliani e con i suoi amici, non erano né potevano essere contenti di questo indugi©. Perciò il Castellano e i soldati, che non avevano più potuti assistere a nessuna funzione religiosa inviarono MlJ prima metà di dicembre per il tramite del marchese Burbon del Monte una supplica al Granduci Pietra Leopoldo perché si fosse degnato di abbassare gli ordii per la decisione della vertenza. Passarono ancora radi quindici giorni e finalmente giunse la risoluzione sovrai che non poteva essere più che favorevole per le autori civili e militari.

La censura ecclesiastica contro il Castellane® soldati era giudicata contraria ai regi diritti e destituita di alcun fondamento di ragione; il cappellano Miliani’, il provi-] cario Mai e il diacono Rossi che avevano indebitamene proceduto alla combinazione della detta censura erano esiliati da tutto il territorio granducale. Tali ordini venti vano comunicati dai ministri Rosembergc Rucellaiperill tramite del governatore di Livorno al governai dell’isola del Giglio ed insieme si doveva far conoscer» pubblicamente che il Castellano e i soldati, non avendo! commesso alcuna colpa, erano esenti da ogni pregiudlj che poteva essere loro derivato dalla intimata censura] ecclesiastica.

Tale è la fine di questo dissidio che dimostra ancora una volta come il Governo Lorenese procedesse deciso | risoluto nel tutelare i diritti dello Stato contro le soverchia invadenze della Chiesa.

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